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Catalogo

La parola e il tempo

ALBINIA (GR) FORTE SALINE

Da un’idea di Anna Spagna, omaggio a Clelia Marchi

III edizione, a cura di Daniela Vasta

 

 

 

Clelia Marchi è l’icona del luogo che ospita le memorie degli italiani, ovvero l’Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano (AR) che ha ispirato Anna Spagna a proporre questa riflessione agli artisti che hanno lavorato con il gallerista Gianfranco Bellora. La mostra ha visto la sua prima esposizione nel 2011 al Centro di ricerca dell’Accademia di Brera (CRAB) Milano curata da Francesco Correggia, la seconda edizione nel 2013 al Tempietto del Colledestro a Pieve Santo Stefano.

Gli Artisti, con le “opere-lenzuolo”: Alessandro Algardi, Roberto Comini, Francesco Correggia, Fernando De Filippi, Gianfranco Farioli, Agostino Ferrari, Elio Marchegiani, Umberto Mariani, Giorgio Milani, Lamberto Pignotti, Anna Spagna, Tino Stefanoni. Ogni artista ha manifestato un approccio diverso al tema, trattando in maniera diversa l’idea della parola sul lenzuolo, producendo opere che vale la pena di apprezzare sia nella loro peculiarità che nel loro insieme come esempio di eterogeneità di linguaggio.

 

Trame della memoria

Testo. Dal latino textum, participio passato del verbo texĕre, tessere. Cosicché la scrittura, almeno nelle lingue romanze, è in qualche modoconcettualmente connessa con la tessitura: di un pensiero, di un ragionamento, di un racconto, che si struttura e si dipana come una trama e un ordito coerenti. Ecco che allora nessun supporto, per la parola scritta, è più opportuno e calzante di un tessuto, che ne amplifica in modo pleonastico il significato originario, secondo il meccanismo retorico della metonimia (il contenente per il contenuto, la materia per l’oggetto).

A connotare questa mostra di “lenzuoli d’artista”, a questo primo gioco etimologico se ne aggiunge un secondo, più palpitante e carnale: la presenza viva di Clelia Marchi, punto d’origine e fonte generativa delle opere esposte, che, in un discorso metaletterario, si ispirano al suo lenzuolo-diario custodito presso il Museo del Diario di Palazzo Pretorio a Pieve Santo Stefano (Arezzo), una singolare raccolta civica di memorie personali e collettive, di storie “particolari” connesse e confluenti nella Storia.

Clelia Marchi (1912-2006) è stata una contadina di Poggio Rusco, piccolo comune dell’Oltrepò mantovano, che, rimasta vedova a sessant’anni, còlta da un irresistibile impulso di scrivere, una notte iniziò a raccontare la propria storia tracciandola a penna su un lenzuolo matrimoniale del proprio corredo nuziale.Il lenzuolo, incorniciato sul lato superiore da un fregio di nastri e fiocchi ricamati color rosa, reca in alto, cucite, le fotografie di Clelia, del marito Anteo e del Sacro Cuore di Gesù. Sotto questa “trinità” si estende, minuto e irregolare, le lunghe righe parallele numerate una per una, il racconto di una vita: il lavoro nei campi, la lunga storia d’amore con Anteo, conosciuto a soli quattordici anni, gli otto figli, i sacrifici e le gioie. L’insolita immensità del supporto diventa il “palinsesto” in cui a poco a poco il tumulto della passione degli sposi lascia il posto all’adagio, al tempo lento, della memoria.La scrittura diventa allora salvifica elaborazione del lutto e strumento espressivo della propria intimità ferita, un dar voce al dolore muto e, terapeuticamente, senza lasciarsi inibire dalla paura delle inevitabili sgrammaticature di chi ha potuto profittare poco dell’istruzione, raccontarsi con franchezza.

Il diario di Clelia Marchi, giunto a Pieve Santo Stefano nel 1986 per opera dell’autrice stessa, è stato pubblicato qualche anno dopo da Arnoldo Mondadori(Gnanca na busìa, Milano 1992) e nuovamente da Il Saggiatore (Il tuo nome sulla neve. Gnanca na busìa, Milano 2012).Anna Spagna, artista, poetessa e scrittrice, da sempre appassionata di storie al femminile e di pensieri a cuore aperto, portatrice per nascita di quella sicilianitudine che ben sa intendere la grazia e la forza dei “cunti” dialettali, folgorata da quella straordinaria storia di amore e di poesia, nel 2011 raduna le creatività artistiche di amici e colleghi, da anni attivi nell’ampio territorio della poesia visiva e concreta, attorno all’idea di celebrare Clelia Marchi e la sua scrittura. Nasce così il progetto itineranteLa parola e il tempo, che, dopo le edizioni di Milano (ex chiesa di San Carpoforo, 20 ottobre – 5 novembre 2011), a cura di Francesco Correggia e con la collaborazione del CRAB (Centro di Ricerca dell’Accademia di Brera), e di Pieve Santo Stefano (Tempietto del Colledestro, 13-15 settembre 2013), a cura di Anna Spagna e Silvia Colombo, giunge qui alla sua terza edizione, in un nuovo allestimento site-specific in dialogo con le mura quattrocentesche di Torre Saline ad Albinia.

Perciò la mostra si apre idealmente  con l’opera Gnanca na busìa di Anna Spagna, che riprende alla lettera l’espressione dialettale utilizzata da Clelia Marchi a garanzia della veridicità del suo racconto che, si assicura per l’appunto, non contiene neanche una bugia. In un dialogo intimo con la Marchi, Anna Spagna utilizza la modalità espressiva dei “sacchi”, ciclo avviato alla fine degli anni Ottanta abbracciando una poetica spregiudicata di ibridazione fra tecniche e linguaggi e utilizzando un materiale di scarto come la plastica. Qui come negli altri esemplari della serie, si tratta dipitto-sculture tridimensionali, frutto dell’assemblaggio e della manipolazione del tessuto, modellato e trasformatosapientemente con l’ausilio del colorespray e con inserti di oggetti (catene e una cornice baroccheggiante in legno dorato). Come aveva fatto Clelia dando nuova vita a un materiale nato con ben altra vocazione, così anche Anna Spagna conferisce nuova significazione e sublimazione poetica ed estetica ad uno “scarto” della società dei consumi, prelevato “oltre confine” rispetto al territorio dell’arte, in una personalissima declinazione delle poetiche neodadaiste, novorealiste e concettuali del secondo Novecento.

Un oggetto, il lenzuolo, che risuona in modo polifonico nell’iconografia occidentale:dai simboli cristiani del velo della Veronica e della sindone, con una risonanza ambivalente di morte e resurrezione, alle vicende agiografiche dei primi martiri, i cui corpi sono custoditi, trafugati o rinvenuti avvolti in candidi sudari; nella mitologia classica si possono ricordare il velo donato da Enea a Didone: era stato di Elena e ne conservava l’odore, e prima ancora era appartenuto a Leda, madre di Elena, e Giove glielo aveva strappato di dosso quando le si era presentato sotto le sembianze di cigno (Eneide, I, 1048-1054); o ancorail nefasto velo donato da Medea alla nuova moglie di Giasone, Glauce, perciò avvolta in un fuoco mortale; fino alle riletture contemporanee a vario titolo rintracciabili in Burri, Fabro, Kounellis, Klein, solo per citare alcuni esempi.

Il lenzuolo copre e protegge, cela allo sguardo, preserva, riscalda. Il lenzuolo di Clelia Marchi è un simbolo di eros e di thanatos, dimora di sogni e incubi, di notti insonni ed estasi sensuali, solitudini, gioie e preoccupazioni. Non stupisce allora che un siffatto oggetto abbia ispirato in modo molteplice gli artisti verbovisuali invitati ad entrare in dialogo con esso, a reinterpretarlo alla luce della propria unicasensibilità. Tutte le opere provengono dalla collezione Spagna Bellora. Gli artisti hanno lavorato a partire da lenzuoli di cotone bianco di identiche dimensioni (cm 300×160), donati dalla storica azienda di tessili per la casa Zucchi.

Dodici gli artisti in mostra: Alessandro Algardi, Roberto Comini, Francesco Correggia, Fernando De Filippi, Gianfranco Farioli, Agostino Ferrari, Elio Marchegiani, Umberto Mariani, Giorgio Milani, Lamberto Pignotti, Anna Spagna, Tino Stefanoni. Autori accomunati innanzitutto dalla militanza, pur con varie sfaccettature, nell’ampio spettro delle ricerche verbovisuali, una delle più affascinanti e longeve neoavanguardie della seconda metà del XX secolo, movimento che, pur affondando le radici nella rivoluzione dadaista e futurista, si caratterizza, a partire dagli anni Sessanta, per un approccio scientifico e tecnologico ai linguaggi verbale ed iconico e per una relazione allo stesso tempo complice e dialetticacon la comunicazione di massa e con i suoi prodotti materiali e simbolici. In realtà, se fuoriusciamo dall’ossessione per la mappatura delle originie se spigoliamo all’interno dell’arte e della letteratura di tutti i tempi, nonché nei territori extra-artistici, constatiamo facilmente che questo dialogo tra parola e immagine attraversa in modo fecondo tutta la cultura occidentale.

Artisti accomunati anche dalla personalità di Gianfranco Bellora (1930-1999), collezionista e gallerista milanese, pionieristico esploratore e promotore delle poetiche verbovisuali nella scena culturale e artistica e nel mercato dell’arte italiani. Bellora, prima attraverso il Centro Culturale Santandrea (1969-1981), poi con la galleria Annunciata (1984-1986) e quindi con il Centro Culturale d’Arte Bellora (1986-1991), ha radunato attorno a sé le personalità artistiche che si avventuravano in quest’avvincente “terra di mezzo” confinante sia con le arti visive che con la letteratura, ben intuendo, di queste ricerche, quanto profondamente fossero connesse con la multimedialità incipiente della cultura contemporanea. Anna Spagna, attraverso la Casa dell’Arte Spagna Bellora di via Borgonuovo a Milano, ha raccolto con coraggio questo testimone e continua ancor oggi, attraverso attività espositive e letterarie, confronti e simposi, a indagare questa parte significativa della produzione artistica del nostro tempo e, più in generale, gli spunti più avanzati dell’odierno dibattito culturale.

Afferenti a varie generazioni, tutti questi artisti hanno lavorato e lavorano sul segno, la scrittura e la pittura, oscillando perennemente fra descrizione ed evocazione, denotazione e connotazione; tracce leggibili o indecifrabili, geometrizzanti o liberamente gestuali, racconti del reale o del possibile.

 

Nell’intreccio diacronico degli omaggi e delle citazioni che caratterizza in vario modo molte delle opere esposte, Francesco Correggia (Catanzaro 1950) traduce il suo tributo a Hegel (Hegel forever) nel sentimento disincantato di un postmoderno, che, di fronte a quella rassicurante ed esaustiva filosofia della storia, non può che percepire uno scacco doloroso. I versi, solenni nei loro caratteri capitali, sembrano insistere sul concetto della fragilità del senso: la parola è sottratta, il nome è interdetto e il dire è immemore, il tempo non è in grade di dare spiegazioni, ma fatalmente le farfuglia.

Elio Marchegiani (Siracusa 1929) è il maestro delle grammature. Ovvero di un approccio scientifico alla pesatura e all’applicazione del pigmento sul supporto, come se svelare all’osservatore l’esattezza della procedura e l’identità del materiale – in questo caso l’oro a ventiquattro carati – bastasse a “spiegare” il mistero della creazione artistica. Molteplici le suggestioni di queste Grammature K24 per sogni d’oro: dai fondi oro smaterializzanti della tradizione bizantina alla metafora dell’oro come immagine della serenità del riposo, in una forma geometrica modulare e isometrica che sembra voler ordinare il caos e l’anarchia del racconto onirico.

Prende le mosse da alcuni versi poetici di Thomas S. Eliot – Eco di passi nella memoria / giù per il corridoio che non prendemmo / verso la porta che non aprimmo mai,/ nel giardino delle rose –  il “poetario” in forma di rosa, Nel giardino delle rose, di Giorgio Milani (Piacenza 1946),malinconicamente venato di nostalgia e di rimpianto. La passione dell’artista per i vecchi caratteri tipografici in legno, allineati e ingabbiati a dispetto della loro foggia e spessore, ricerca frammenti di senso dentro una forma riconoscibile, la rosa appunto, a sua volta sprigionante evocazioni contrapposte di amore e caducità.

 

Roberto Comini (Brescia 1945), in The text weaver swedding – Le nozze della tessitrice di testo – frasi ricamate in italiano e in inglese, in rosso e, specularmente, in bianco – gioca sull’etimologia della parola testo e sulla simbologia del lenzuolo come elemento del corredo nuziale. La scrittura riprodotta in controparte è un elemento consueto della poetica di Comini, artista che utilizza la difficoltà di decifrazione della scrittura o la sua totale inaccessibilità come consapevole strumento espressivo e poetico, metafora di un senso del reale che ci è dato cogliere solo in modo imperfetto e parziale.

Gianfranco Farioli (Milano 1947)esplora un Alfabeto segreto. Come tutti i codici di cui non possediamo la chiave d’accesso, esso diventa un mero elemento decorativo, un reticolo di forme astratte, una stratificazione di alfabeti e impalcature architettoniche che – in un horror vacuievidente – satura la superficie ovale entro cui è inscritta. La comunicazione è ridotta all’impotenza, ma l’occhio è affascinato dalla fitta trama dei segni, selva accattivante evocativa di misteriose aporie.

L’annotazione cronologica che compare al centro di Compagni, compagni… di Fernando De Filippi (Lecce 1940) – Moskau, das 1 Mäy 1919. Wladimir Ulianov (Lenin) – rievoca data e luogo del celebre discorso tenuto da Lenin per l’inaugurazione del monumento commemorativo di Stepan Timofeevič Razin, rivoluzionario cosacco giustiziato nel 1671 per avere guidato la rivolta dei contadini del Volga contro il potere zarista. L’orizzontalità del lenzuolo cita il mausoleo di Lenin sulla Piazza Rossa e il drappo bronzeo su cui poggia il corpo del leader bolscevico.

È calligrafico, dalle morbide sinuosità, il Segno racconto di Agostino Ferrari (Milano 1938), che esibisce voluttuose scritture, memori della gestualità informale e dello spazialismo di Fontana. La cosiddetta “scrittura non significante” è praticata dall’artista sin dagli inizi degli anni Sessanta all’interno del breve sodalizio detto “Il Cenobio”, per evolvere poi plasticamente in un minimalismo cromatico che privilegia il bianco e nero, non senza reminiscenze dei caratteri cufici della scrittura araba e con l’intenzione di indagare l’aspetto originario del segno.

Il Taguelmoust di Umberto Mariani (Milano 1936) fa parte di una serie omonima, iniziata alla fine degli anni Novanta, in cui l’artista esplora questo peculiare elemento dell’abbigliamento degli “uomini blu” berberi, i Tuareg dell’Africa sahariana, che sono soliti utilizzare un mantello color indaco per proteggere il capo e il volto dal caldo torrido e dalla sabbia del deserto. Un omaggio a un “nomadismo” che, oltre ad essere una scelta esistenziale, diventa, nel nostro tempo, anche un atteggiamento culturale e mentale.

 

Alessandro Algardi (Milano 1945) lavora sulle scritture dalla fine degli anni Sessanta, traendo spunto dai monocromi di Manzoni e Fontana. Su quel “grado zero” della figurazione innesta le sue grafie multistratificate, ottenute dalla sovrapposizione di più scritture che finiscono con lo sfociare nell’impossibilità del significato e della lettura. Elementi che – uniti a una suggestione dalla raffaellesca Pala Baglioni – sono protagonisti anche di Autobiografia. I pensieri mi cullavano come lenzuola al vento, installazione fluttuante in cui la tela del lenzuolo, disposta orizzontalmente e precaria come un giaciglio sospeso, rievoca la leggerezza di un oziare pensoso

Ha tutt’altra attitudine la scrittura neofuturista che Lamberto Pignotti (Firenze 1926) sprigiona in Lamberto Pignotti scrive versi immortali, eccentrico collage di citazioni da Marinetti (Zang TumbTumb è il poema ispirato all’assedio di Adrianopoli del 1912), Palazzeschi (E lasciatemi divertire! è un componimento del 1910), Dante (PapeSatànAleppesono le parole di Pluto nel verso d’apertura del VII canto dell’Inferno). Dal paroliberismo marinettiano Pignotti mutua la valenza visuale dei caratteri tipografici e il superamento della sintassi tradizionale, per volgere verso una scrittura onomatopeica, sintetica, efficace anche in ragione della sua veste grafica (dimensione, colore, disposizione e orientamento dei caratteri sulla pagina).

 

Minimale e primitivista è il Paesaggio per Zucchi sobriamente tracciato sulla tela da Tino Stefanoni (Lecco 1937-2017), unico artista ad addentrarsi nel territorio tradizionale della “rappresentazione”. Una rappresentazione però che, come tanti suoi paesaggi sospesi in un’aura primitivista, ha l’incanto del racconto infantile e della fiaba, in un realismo magico in cui elementi naturali e oggetti, sottratti alla dimensione narrativa, risplendono di una vita propria e di un lirismo innocente.

 

Nell’allestimento di Torre Saline, struttura quadrilatera e fortificata, edificata in dialogo con il mare e a difesa della terra, delle saline e dello scalo fluviale, i lenzuoli sembrano acquistare un respiro inedito e significati nuovi. Forse perché questo luogo antico è assordante per le storie e le memorie che a sua volta contiene, e che amplificano e moltiplicano le tante voci riunite in omaggio a Clelia.

Alcuni versi di Anna Spagna sembrano catturare la miracolosa entropia per cui le memorie continuamente germogliano e illuminano di senso gli angoli bui della storia: E la parola si fa suono, / il suono diventa forma, / alla ricerca di quella nota / che il solista interpreta / toccando le corde di una nuova melodia…

Sempre ha senso ripartire dalla memoria, dalla parola che trasforma il dolore in risorsa, le cicatrici in una bellezza che non ammette inganno. Neanche una bugia.

 

Daniela Vasta

Algardi Alessandro – Autobiografia I pensieri cullavano come lenzuola al vento.

Comini Roberto The text weaver_s wedding (le nozze della tessitrice di testo)

Comini Particolare

Correggia Francesco Hegel forever

De Filippi Fernando Compagni, compagni…

Farioli Gianfranco Alfabeto segreto

Ferrari Agostino – Segno Racconto

Marchegiani Elio Grammature K24 per sogni d_oro (particolare)

Mariani Umberto Taghelmoust, il velo

Milani Giorgio Nel Giardino delle rose

Pignotti Lamberto Scrivi versi immortali

Spagna Anna Gnanca na busìa

Stefanoni Tino Paesaggio per Zucchi

 

Biografie degli artisti

a cura di Silvia Colombo

 

Alessandro Algardi

(Milano, 1945)

Dalla fine degli anni sessanta la ricerca di Alessandro Algardi si incentra sul segno pittorico e sulla matericità monocroma. Su tele dipinte di bianco e nero, più raramente di rosso, egli lavora a rilievo, per strati sovrapposti, scrivendo dei geroglifici illegibili, contrassegnati da una ripetitività silenziosa, al limite del sacro. Le sue opere partecipano a numerose collettive e personali, in Italia e all’estero, tra cui “Libri e parole” alla Bibblioteca Nazionale Madrid (1982), “The artist and the Book in the Twentieth Century Italy” al Museum of Modern Art di New York nel 1992.

 

Roberto Comini

(Brescia, 1945)

Lombardo di nascita e francese d’adozione – risiede a Marsiglia, Comini è artista, semiologo e scrittore,nonchè curatore di mostre. Oltre a presiedere all’organizzazione CO.AR.CO. (Concepts d’art contemporain), è direttore di “Dialectique”, un periodico universitario in formato digitale. La sua ricerca artistica si indirizza verso un lavoro di scrittura meticoloso e ordinato: la leggibilità però viene negata, o resa più difficoltosa, dal capovolgimento del supporto. Alcune sue opere appartengono alle collezioni del Mart (Rovereto), al Museum of Art di Cleveland e alla Biblioteca Nacional di Madrid.

 

Francesco Correggia

(Catanzaro, 1950)

Nato a Catanzaro, dal 1985 vive e opera a Milano, dove è docente di Decorazione all’Accademia delle Belle Arti di Brera. Sin dagli anni settanta si interessa del rapporto tra arte e filosofia e tra arte e parola, al punto che la sua produzione è fortemente caratterizzata dalla presenta di testi – di natura letteraria, filosofica e poetica. Numerose sono le rassegne a cui prende parte, tra cui alcune edizioni della Biennale – 1993, 2009, 2011, un’esposizione alla Permanente del 1993 e la Quadriennale del 1996. Alcuni dei suoi lavori si trovano presso istituzioni pubbliche e private.

 

Fernando De Filippi

(Lecce, 1940)

La formazione artistica di De Filippi prende avvio a Lecce e matura a Parigi e Milano, all’Accademia di Brera. Nel 1966, due anni dopo il diploma, viene nominato docente al Liceo Artistico di Brera, di cui, dal 1971 al 1973, è direttore. In seguito, insegna presso le Accademie di Bari e Brera, di cui, dal 1991al 2009, assume la direzione. La sua ricerca artistica, frattanto, prosegue e si dirige in varie direzioni, dalle installazioni degli anni sessanta, ai soggetti venati di politica del decennio successivo (Lenin, Cuba…), alla conquista di immagini più delicate, con gli acrilici più recenti.

 

Agostino Ferrari

(Milano, 1938)

Si dedica a studi scientifici, ma gia alla fine degli anni cinquanta è nello studio di Remo Brindisi e nel 1961 ha luogo la prima personale alla galleria Pater di Milano. La sua produzione artistica parte da una rappresentazione non figurativa della periferia urbana per rivolgersi – dopo l’incontro con Angelo Verga, Ettore Sordini, Ugo La Pietra, Alberto Lucia e Arturo Vermi, con cui fonderà Il Cenobio (1962) – al soggetto chiave del suo interesse: il segno, una firma distintiva che si traduce in una grafia pittorica flessuosa, riflessiva e arriva a contrassegnare i suoi liguaggi più recenti.

 

Giorgio Milani

(Piacenza, 1946)

Sono gli anni sessanta, e Milani dà vita a un linguaggio giocato al confine tra la parola e l’immagine, fondato sulla connessione tra i due poli. Esso anrà a costituire la base della sua opera, anche di quella più recente, dagli anni novanta fino ad oggi – i Poetari di fine Gutenberg sono esposti per la prima volta alla Fondazione delle Stelline di Milano nel 1997. I Poetari sono frutto di un’operazione di recupero: caratteri tipografici (in altri casi la traccia a inchiostro), destinati alla distruzione, diventano i protagonisti del lavoro di un artista-faber, attento al valore estetico delle cose.

 

Elio Marchegiani

(Siracusa, 1929)

Siciliano, dal 1934 è a Livorno, dove inizia a dipingere, ancora bambino; si iscrive a Giurisprudenza a Pisa, ma dal 1950, quando partecipa alla “Mostra di caricatura” a Livorno, e Nigro e Gianni Bertini, si rivolge esclusivamente all’arte e inizia a viaggiare. Il suo interesse nei conronti dell’arte contemporanea lo porta a essere artista e restauratore/bricoleur: le Grammature sono delicate composizioni cromatiche, e a lui si deve il restauro di lavori come Grande rettile di Pino Pascali e la ricostruzione delle maquette di Giacomo Balla, tra cui Feu d’articice.

 

Umberto Mariani

(Milano, 1936)

Emiliano di origini, nasce a Milano e frequenta il Liceo e poi l’Accademia di Brera, dove è allievo di Achille Funi, di cui diventa assistente fino agli anni sessanta, occupandosi della realizzazione di affreschi, mosaici e pale d’altare. La sua prima personale, alla Gelleria 32 di Milano, è del 1965, periodo in cui il linguaggio di Mariani abbandona progressivamente la figurazione. Con gli anni settanta e la nascita dell’ Alfabeto afono, la serie di lettere velate da un drappeggio ordinato, avviene la svolta – tematica e dei materiali – percepibile anche nelle sue opere più recenti come Taghelmoust.

 

Lamberto Pignotti

(Firenze, 1926)

Artista, studioso, critico, letterato, professore all’Università di Firenze e al DAMS di Bologna,la figura di Pignotti partecipa di quel clima fervido che si sviluppa in Italia nel secondo dopoguerra. Membro del Gruppo 70 e del Gruppo 63,collabora con riviste, programmi cuturali della RAI ed è il fondatore di un linguaggio che unisce la parola all’immagine in vario modo: attraverso il collage, la giustapposizione dei due registri, la cancellazione iconografica, la performance… Un cammino che lascia alle spalle la suddivisione tra le arti e si rivolge a una filosofia sinestetica (“sineaesthetica”).

 

Anna Spagna

(Siracusa, 1944)

La formazione di Anna Spagna si compie a Milano, dove si trasferisce dagli anni settanta; lì il suo interesse per l’arte contemporanea ha modo di svilupparsi, così come la pratica nel restauro, grazie alle esperienze presso le Raccolte d’Arte del Castello Sforzesco e lo studio di Enos Malagutti. In questo stesso periodo entra in contatto con l’avanguardia artistica milanese e porta avanti la riflessionesulla sua opera, dapprima incentrata sulla matericità dei sacchi e sull’assemblaggio, e in seguito – dalla fine degli anni novanta – attenta alla luminosità dell’oro e alla frammentarietà delle forme.

 

Tino Stefanoni

(Lecco, 1937)

Studia a Milano al Liceo artistico Beato Angelico e poi alla facoltà di Architettura, presso il Politecnico; prende parte allo stimolante clima culturale degli anni sessanta, entra in contatto con gallerie nazionali e internazionali, ma non si divide dalla città natale, né da un percorso artistico interessato al quotidiano. Case, imbuti, segnali stradali rivisitati, giardini sotto la luna, tutti dipinti con un tratto nitido, sono i soggetti del suo repertorio iconografico riportato su tela, così come su paliotti – al Palio di Siena – e manifesti (per l’edizione 2009 dell’Umbria Jazz festival)

 

Direzione Artistica: Anna Spagna Bellora e Beatrice Piersanti

Testi a cura di Daniela Vasta

 

Allestimento: Anna Spagna Bellora e Beatrice Piersanti

Si ringrazia per la collaborazione: 

Barbagli Stefano

Biancalana Ferdinando

Bovicelli Carlo

Gabrielli Elisabetta

Moschini Sabrina

 

Si ringrazia la Soprintendenza ArcheologiaBelle Arti e Paesaggio per le province di SienaGrosseto e Arezzo

Soprintendente ad Interim
Arch. Esmeralda VALENTE

Funzionario Amministrativo Dott.ssa Francesca Giannino, 

Direttore  Matteo Milletti

Assistente Russo Salvatore

Assistente Spagnoli Stefano

 

Inoltre si ringrazia Stefano Albiati

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